Dies
irae, dies illa
Il fazioso genme e strilla
La repubblica è in favilla.
Oh, che smania; oh che rancore!
de' suoi amici stringe il core,
par ne moian di dolore.
Son finiti li sarcasmi,
Giù i castelli e i
fantasmi,
Ogni lode è volta
in biasmi.
Ma che c'era da sperare
Da un'orda popolare
Senza legge e senz'Altare?
Dal delirio
concepita
Libertà l'ha
partorita
Pria del tempo
breve vita!
Con maniera assai profana
Si voleva in settimana
Fare adulta la pacchiana.
Nutrimenti non
usati
Ma a saziarla glien
fur dati
Indigesti,
avvelenati.
I poderi Religiosi
Con i nobili preziosi
Ed i prestiti forzosi.
Con dar fuori
iniqui editti
Si fe' suoi gli
altrui diritti
Cumulando più
delitti.
Sempre avara di contante
Senza forza ed arrogante
Volea guerra ad ogni istante.
In un corpo sì languente
Troppa roba! ancor
nascente
Però è morta
d'accidente.
Non v' ha suono di campane
Che lasciarne poche sane;
Sol la tomba che rimane.
Ma qual sia per
avventura
Di sì rea creatura
La condegna
sepoltura?
Non in chiesa, che spogliata
Fu da lei e rinnegata,
Ogni suolo l'ha furata.
O Satan che la
creasti
Ed in Roma la
portasti,
Poi al fin te la
pigliasti,
Fà che teco giaccia nuda
La Tiranna dissoluta
Nella più profonda gorga
Sì, che là più non risorga. |