in virtù di tale suo impegno ricevette
persino dall'amministrazione comunale un meritato riconoscimento con delibera n. 116
dell'11 aprile 1886. In quel periodo alcuni ripani, a causa delle loro misere condizioni
economiche, lavoravano a Roma. Uno di loro, che abitava a Roma, in Vicolo del Cinque,
conosciuta la notizia del diffondersi dell'epidemia, il 9 ottobre del 1886, molto
preoccupato poiché già soffriva di disturbi gastro-intestinali, ritornò subito a casa.
Un benefico purgante che prese appena tornato, lo guarì mentre tre persone che abitavano
con lui, la sorella, il cognato e un bambino, rimasero infetti. Dal giorno 11 ottobre al
18 novembre, furono denunciati a Ripi ben 22 casi di colera e si registrarono, purtroppo,
9 decessi.
L'epidemia si sviluppò maggiormente fra le varie contrade di campagna dove si ebbero
8 decessi; un solo caso mortale invece si verificò nel centro del paese. La circostanza
indusse alcune famiglie facoltose della campagna ad acquistare nel centro di Ripi piccole
case per potersene servire per eventuali casi di malattia e per essere curati nel miglior
modo possibile. In una cartina topografica dell'abitato di Ripi della fine dell'800, sono
segnalate le case colpite dal colera; in essa si riscontra anche l'indicazione di un
lazzaretto per i malati ed uno per i convalescenti in località Borgo San Tommaso. Il
prof. Angelo Celli, venuto da Roma per studiare l'epidemia, nella relazione stilata dopo
l'analisi della situazione locale, esclude l'acqua potabile come causa del morbo poiché a
quel tempo per l'approvvigionamento idrico esistevano soltanto pozzi e cisterne. Né i
rapporti sulle condizioni meteorologiche tratti dai dati della locale stazione
termoplunometrica forniti dal dott. Fedele, fecero sospettare la presenza di precise
concause. Poco distante dal centro abitato vi era, e tutt'ora esiste, un lavatoio pubblico
chiamato "Fonte Sabatino", dove gran parte della popolazione era solita lavare
la biancheria: forse proprio questa sorgente, come spiega il prof. Celli nella sua
relazione, potrebbe essere stata la causa della "piccola endemia".
L'amministrazione comunale di Ripi, con delibera n. 47 del 17 maggio 1887,
riconosciuta "l'opera svolta dall'esimio Sig. Pio Fedele noto medico chirurgo nel
momento in cui il colera attaccava una frazione del territorio del paese, decise di
rendergli un attestato di stima, di riconoscenza e viva gratitudine e un contributo di 250
lire, spiacenti che le finanze pubbliche non consentivano di concedere una somma
maggiore". Altre persone si prodigarono nel periodo così difficile svolgendo opere
meritorie: è il caso dell'arciprete don Cesare Galloni al quale il ministero dell'interno
concesse un attestato di pubblica benemerenza, con decreto del 24 giugno 1888, per opera
prestata durante l'epidemia colerica nell'anno 1886 a Ripi e nella provincia di Roma.
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