Ripi dei Nonni

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                   Quando a Ripi arrivò il  colera
All'inizio del XIX secolo si ebbe in Europa la prima apparizione del colera che da allora è comparso in forma pandemica altre sette volte. Come scrive il prof. Puntoni nel suo "Trattato di igiene" (p. 1104), il colera nella seconda pandemia (1828-1838), comparve in Italia intorno al 1835. L'anno successivo invase la Campania, provocando a Napoli ben 13.800 decessi. A Roma il primo caso si verificò nel luglio del 1836 e venne dal territorio ciociaro, precisamente da Ceprano, come riporta il dott. Torre (pp. 54/55) nel suo "Cholera Morbus". Lo Stato Pontificio si preoccupò di arginare l'invasione del colera con i mezzi dell'epoca disponibili; a tal uopo la commissione provinciale di Sanità di Frosinone, in data 19 ottobre 1836, emanò una circolare, a firma del Delegato Apostolico, per "prevenire il flagello del morbo asiatico che sempre più si avvicinava dalle parti limitrofe del Regno di Napoli", come riporta sempre il dott. Torre nel volume "Sanità, medicina ed ospedale in Anagni". La situazione igienico-sanitario della Ciociaria in quel tempo lasciava molto a desiderare; non a caso il medico Della Valle rilevava "poca e niuna pulizia all'interno delle case e soverchia immondizia nelle strade". Nel 1886 il dott. Pio Fedele, medico condotto di Ripi, venuto a conoscenza del morbo scoppiato nei paesi limitrofi, adottò subito misure profilattiche, praticando su larga scala la vaccinazione:

in virtù di tale suo impegno ricevette persino dall'amministrazione comunale un meritato riconoscimento con delibera n. 116 dell'11 aprile 1886. In quel periodo alcuni ripani, a causa delle loro misere condizioni economiche, lavoravano a Roma. Uno di loro, che abitava a Roma, in Vicolo del Cinque, conosciuta la notizia del diffondersi dell'epidemia, il 9 ottobre del 1886, molto preoccupato poiché già soffriva di disturbi gastro-intestinali, ritornò subito a casa. Un benefico purgante che prese appena tornato, lo guarì mentre tre persone che abitavano con lui, la sorella, il cognato e un bambino, rimasero infetti. Dal giorno 11 ottobre al 18 novembre, furono denunciati a Ripi ben 22 casi di colera e si registrarono, purtroppo, 9 decessi.
L'epidemia si sviluppò maggiormente fra le varie contrade di campagna dove si ebbero 8 decessi; un solo caso mortale invece si verificò nel centro del paese. La circostanza indusse alcune famiglie facoltose della campagna ad acquistare nel centro di Ripi piccole case per potersene servire per eventuali casi di malattia e per essere curati nel miglior modo possibile. In una cartina topografica dell'abitato di Ripi della fine dell'800, sono segnalate le case colpite dal colera; in essa si riscontra anche l'indicazione di un lazzaretto per i malati ed uno per i convalescenti in località Borgo San Tommaso. Il prof. Angelo Celli, venuto da Roma per studiare l'epidemia, nella relazione stilata dopo l'analisi della situazione locale, esclude l'acqua potabile come causa del morbo poiché a quel tempo per l'approvvigionamento idrico esistevano soltanto pozzi e cisterne. Né i rapporti sulle condizioni meteorologiche tratti dai dati della locale stazione termoplunometrica forniti dal dott. Fedele, fecero sospettare la presenza di precise concause. Poco distante dal centro abitato vi era, e tutt'ora esiste, un lavatoio pubblico chiamato "Fonte Sabatino", dove gran parte della popolazione era solita lavare la biancheria: forse proprio questa sorgente, come spiega il prof. Celli nella sua relazione, potrebbe essere stata la causa della "piccola endemia".
L'amministrazione comunale di Ripi, con delibera n. 47 del 17 maggio 1887, riconosciuta "l'opera svolta dall'esimio Sig. Pio Fedele noto medico chirurgo nel momento in cui il colera attaccava una frazione del territorio del paese, decise di rendergli un attestato di stima, di riconoscenza e viva gratitudine e un contributo di 250 lire, spiacenti che le finanze pubbliche non consentivano di concedere una somma maggiore". Altre persone si prodigarono nel periodo così difficile svolgendo opere meritorie: è il caso dell'arciprete don Cesare Galloni al quale il ministero dell'interno concesse un attestato di pubblica benemerenza, con decreto del 24 giugno 1888, per opera prestata durante l'epidemia colerica nell'anno 1886 a Ripi e nella provincia di Roma.

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