circa quattro
di larghezza, perfettamente conservato nell'intonacatura delle pareti, veramente antica, e
simigliante a quelle che mirasi a Pompeja. Il suolo era di tufa, e presentava diverse
simetriche diramazioni, che formavano tante nicchiette, ed in poca distanza si rinvennero
alcune monete di argento, di rame, che rimontavano all'epoca dei primi Cesari. Furono
escavate nel medesimo luogo due colonnette di orientale granito, servendo al presente di
ornato ai laterali dell'ingresso principale della Chiesa di Ripi, che sotto l'invocazione
del Santissimo Salvatore. Aggiungasi quindi che nell'anno 1820 un contadino coltivando il
suo campo in una piccola pianura adiacente ad una delle mentovate colline ritrovò tre
antichissimi vasi metallici, ma disgraziatamente frantumati dall'imperizia sua, e corrosi
dall'ingiurie della loro vecchia età, ed una tazzetta di fosca tinta, e si rimarcò che
erano di forma bellissima, e che a remota antichità appartenevano . Visitato da qualche
archeologo un tal sito tutto portò ad opinare che fosse stato un nobile sepolcro di
illustri personaggi, tanto che trovaronsi membra umane, fra quali un pezzo era
pietrificato. Finalmente si conoscono vari spazi in mezzo a que' siti dall'antica Via Latina, e ne appariscono frammenti tali che il meno erudito, ed intendente non
può dubitarne. Tutte queste cose esibiscono innegabile prova dell'esistenza di un
fabbricato, mentre gli oggetti, che spesso si ritrovano, sono di abitatori, addimostrando
i ramasugli, che vi sono, magnificenza e grandezza: convien dire sia stata una
riguardevole città, che potrebbe supporsi Fregelle, sulla
topografia della quale vi furono diversi pareri. Lasciamo il giudizio ai Romani Archeologi
che meglio di noi sapranno osservare, e stabilire....."
Le prime notizie certe e
documentate di Ripi risalgono al secolo IX. Ne fa menzione il suddetto G. Marocco nel suo libro, che recita quanto
segue:
"... Circa l'attuale Ripi si sa che esisteva fino al
secolo nono, e ne fan fede le bolle de' Papi, in cui da quell'epoca si annovera un tal
castello, tra i paesi soggetti alla Diocesi Verulana..."
Il secolo IX è ribadito anche dal MARTINORI nel suo
"Lazio Turrito":
"... Nel secolo IX Ripi dipendeva dalla Diocesi di
Veroli...".
Ma già si parla di Ripi che sottostava al potere temporale del Vescovi di Veroli fin da
quando questa città abbracciò la fede cristiana (F. UGHELLI
"Italia Sacra")
Nel suddetto volume, l'autore descrive cronologicamente, tutta la storia della diocesi di
Veroli e dei suoi vescovi che si sono succeduti fin dall'anno 743 a partire da MARTINO, eletto sotto Papa Zaccaria; in questa narrazione spesse
volte viene nominato Ripi, i suoi abitanti e i suoi signori. Ricordiamo in questa
occasione che l'ampia diocesi di Veroli comprendeva 12 città: Veroli, Frosinone, Boville
(Bauco), Monte San Giovanni Campano, Strangolagalli e Colli, Castro, Ceprano, Pofi, Ripi,
Torrice, Arnara e Falvaterra.
Sebbene fosse compreso nel territorio di Veroli, Ripi se ne staccò amministrativamente
ben presto perché era abbastanza distante da esso, ma continuò sempre a far parte della
sua diocesi.
La cronaca di Fossanova, ci descrive, come Ripi, insieme ad altre città limitrofe, nel
1129, fu presa ed incendiata dalle truppe di Onorio II, che guerreggiavano per sottomettere la
Campagna che si era ribellata. (Silvestrelli
"Città, Castelli e terre della regione Romana").
I signori di Ripi sono menzionati già nel 1150 e ricordati nelle bolle che descriveremo
di seguito.
Nel 1165 e nel 1170 subì altri saccheggi e venne incendiata nelle guerre contro Federico I Barbarossa Imperatore e nel 1198
subì la stessa sorte per parte di Diepoldo Capitano Imperiale.
Purtroppo non si può dire niente sul sistema difensivo di Ripi perché tali e tanti sono
stati i rifacimenti e i rimaneggiamenti delle sue mura nel corso dei secoli che a noi non
è rimasta alcuna traccia visibile.
Il Già citato G. Marocco dice:
"... Si osservano gli avanzi di 7 torrioni circolari,
che attorniavano il paese dei bassi tempi, scorgendosi in essi ancora le vestigia de'
Spingardi...".
Ma purtroppo, di questi torrioni, non è visibile il minimo resto.
(l'unico torrione di cui ancora si hanno dei resti è quello a ridosso di via di
Sotto)
Passiamo ora alla bolla di Nicolò IV del 1291 che ne riproduce nel testo
altra di Celestino III del 1195
ed altra di Innocenzo III del
1200:
Da "Codice diplomatico del dominio temporale della Santa
Sede": Il Papa Nicola IV nell'anno 1291.
Si rinnovano agli abitanti di Ripi della Diocesi di Veroli i privilegi concessi ai tempi
di Celestino III e
Innocenzo III.
"Il Vescovo Nicola ecc.
porge il saluto ai diletti abitanti di Ripi diocesi di Veroli ecc. Quando da noi si chiede
ciò che è giusto ed onesto, ecc., si porti a termine. La vostra richiesta che ci è
stata presentata riguardava ciò che da qualche tempo i vostri signori di Ripi della
diocesi di Veroli vi avevano già .... concesso, in quanto spetta a loro, vale a dire la
richiesta di alcune libertà e immunità, come si sa dai documenti pubblici in seguito
elaborati.
Noi pertanto persuasi delle vostre giuste preghiere, confermiamo con l'autorità
apostolica, quelle stesse libertà e immunità che già giustamente e pacificamente
possedete, a somiglianza della concessione di Papa Innocenzo
III, nostro predecessore e le rafforziamo con la tutela del
presente documento, facendo in modo che venga inserito tra i presenti atti il seguito di
questi stessi parola per parola.
In nome del Signore. Nell'anno 1195, nella XIII audizione,
nel quinto anno di pontificato di Celestino III, il 2 febbraio. In questo giorno noi
signori di Ripi abitanti e proprietari dei territori di Pofi cioè i Signori Matteo di
Argenzia e Gregorio Bartolomeo e Pietro figli di Landolfo un tempo signore di Torrice; e
le signore Castelgrima e Agnese figlie di Gregorio signore di Ripi, Giumilla e
Giovanna figlie di Andrea, per provvidenza divina e di nostra comune volontà concediamo
alle chiese situate sia in questo borgo sia nel territorio di Ripi, ai nostri fedelissimi
soldati e a tutto il popolo di Ripi, di ricordare per le elezioni qualsiasi soldato
proveniente da una qualsiasi parte della signoria dal tempo dei signori Lando Riccardo e
Andrea e promettiamo di rispettare fermamente le decisioni di chiunque abbia prestato
giuramento.
Accettato ciò dal popolo, elessero il nobile Giovanni di Bauco, Nicola Baro Pietro
Giovanni di Franco e Giovanni Lattone che discendevano da Andrea per parte delle suddette
signore; per parte di Matteo elessero similmente il soldato Nicola Traballo e i maestri
Alberto, Carone e Leone di Martino; per parte dei figli di Landolfo elessero il
soldato Amatone, Milone Boniomini di Alberto, il maestro Rofrido di Sergio e Angelo di
Amato Bilnardo; per parte delle figlie di Gregorio elessero il soldato Alberico e Amatone
Latrone.
Tutti costoro giurarono uno alla volta. Dissero di ricordare per averli visti e sentiti in
quel tempo, gli ordini dei signori Lando, Riccardo ed Andrea, i quali non solevano elevare
il dovuto compenso in natura, se non ad un quarto, ordine che si trova inciso su una
lapide della chiesa di S. Erasmo di Veroli, e a questa quantità i signori di Ripi
prendevano 10 moggi l'anno, cosicché non prendevano più per ogni uomo oltre due misure
per quattro anni, e i soldati non dovevano attendere che alle armi, se il signore forniva
loro le armi e i cavalli, se scoppiava qualche contrasto tra loro p con gli altri, o anche
con noi stessi, non si deve dare in esame a nessuno se non ai soldati delle terre di Pofi.
Così i signori non rientrino in questo esame, e nessun uomo deve perdere ne' il bue ne'
l'asino ne' il maiale ne' l'eredità ne' il feudo ne' la dote della moglie, e non deve perderli
se non per una probabile colpa e se non si può addurre la ragione di questa colpa, e si
contendano l'eredità il padrone e il vassallo, se il vassallo possiede un documento,
abbia il patrimonio, se non lo possiede giuri egli stesso con altri sette uomini che il
patrimonio gli spetta e l'ottenga e non spingano nessuno a giudicarlo se non un giudice
che abbia giurato e che sia nativo di Ripi ed essendosi maritati i figli si preghino i
figli di non ingrandire di più di 3 persone la famiglia, ma non devono imporlo ad alcuno
e promettiamo di rispettare per le chiese il buon uso e la consuetudine che esisteva ai
tempi di Lando di Riccardo e di Andrea, e promettiamo anche di conservare legittimamente
in buona fede senza inganno senza frode e senza carpire i propositi. Sotto la nostra
signoria venga fortificato il castello di Ripi e se qualcuno della signoria non
vorrà rendersi utile per la fortificazione di questo castello, paghi 10 libbre
nell'edificio e se non vogliano in molti, paghino insieme 50 libbre e se qualcuno del
popolo non vorrà venire paghi anch'egli una tassa e se tutti si rifiuteranno tutto
ciò sarà radunato vanamente.
Io buon uomo giudice e bibliotecario della Santa Romana
Chiesa scrissi su richiesta sei suddetti signori, e apposi il segno della Santa Croce.
In nome del Signore nell'anno 1200 nella III Indizione, nel terzo anno di pontificato di
Papa Innocenzo III il 3 luglio.
In questo giorno noi signori di Ripi del territorio di Pofi e
suoi abitanti e possessori volendo soddisfare alla volontà tanto degli ecclesiastici
quanto dei laici del castello di Ripi, dapprima io Matteo di Argentia poi Castelgrima
Riccardo di Bucco e Guglielmo suo fratello, Giumilla e Giovanna facciamo il seguente
giuramento di nostra volontà agli uomini alle chiese e ai soldati di Ripi. Noi
promettiamo di conservare legittimamente con il seguito del giuramento le concessioni
fatte da Lando di Ripi e confermate da Andrea ai suoi tempi. E se qualche volta cercheremo
di rompere o di andare contro questa consuetudine e gli uomini potranno approvare
giustamente con un documento pubblico o per mezzo di testimoni, noi dobbiamo rifiutarci e
se in modo disonesto vorremo andare oltre allora diamo e promettiamo loro la potestà e la
libera facoltà, mediante questo giuramento di difendersi, non permettendo che il loro
diritto e la concessione fatta loro da noi e dai nostri suddetti predecessori e la
libertà concessa spontaneamente, vengano cancellati.
E ciò è stato fatto da noi in buona fede, senza inganno o imbroglio in presenza degli
ecclesiastici dei soldati e di tutto il popolo del soprannominato borgo.
Io buon uomo giudice e bibliotecario della Santa Romana
Chiesa scrissi su richiesta dei suddetti signori.
Non aggiungiamo nulla alla nostra conferma. 1° febbraio del III anno del nostro
pontificato.
Nel 1298 Adenolfo Pagano signore di Falvaterra invase
i beni del vescovo Loterio, e fu
da lui scomunicato; nell'anno seguente fu assolto, e nel 1300 Loterio
di Castel Sant'Angelo (Veroli) ricevette l'omaggio e il
vassallaggio degli uomini di Ripi. (F. Tomassetti "Lo
Statuto di Ripi")
Per quanto riguarda poi le chiese di Ripi, le sue porte, le sue strade; le uniche fonti
alle quali possiamo attingere sono:
- l'elencazione delle decime che vanno dal 1328;
- lo Statuto di ripi del 1331.
Da G. Battelli "Raziones decimarum Italiae Sec XIII -
XIV"
Decima annuale dell'anno 1328 - 1329. Quaderno delle decime di matteo di veroli del primo e del secondo
pagamento.
Nel nome di Dio, nell'anno del Signore 1328 nel XII anno di
pontificato di papa Giovanni XXII, nel mese di agosto giorno 16. Queste sono le decime
raccolte a Veroli da Matteo abate della chiesa di S. Benedetto della diocesi di Veroli su
incarico e speciale commissione di Giovanni Rogofredo, tesoriere della Campagna e della
Marittima, incaricato dal predetto papa suo rappresentante nella città e nella diocesi di
Veroli:
Verulis.. De Monte S. Iohannis.... De Babuco.. De Turrice.. De Castro Castri.. De
Frusinone.. De Strangolagalli.. De Arenaria..
De Rippis:
- Giovanni abate di S. Angelo Soldi 2
- parimenti Nicola parroco della chiesa di Santa Croce per il comune della stessa chiesa
paga Soldi 28
e Denari 11.
- parimenti Taddeo parroco di S.Angelo Denari 11
- parimenti l'abate Nicolò per Gregorio Angeli denari 15
- parimenti Pietro di Beeza Denari 5
- parimenti Iacopo Boniuomini di Veroli paga per l'abate di Santa Maria di Ripi Soldi 20
De Falbateria.. De Pophis..............
Decima biennale degli anni 1331 - 1333 (riscossione effettuata da Lotario di Gerardo di Veroli sempre sotto papa Giovanni XXII)
Castrum Riparum:
- parimenti per la chiesa di S. Maria di Ripi ricevetti allo stesso modo per I e II
pagamento dell'anno
corrente Soldi 20
- parimenti dall'arcipresbiterio della chiesa di S. Croce dello stesso paese per il I
pagamento Soldi 27
- parimenti dal maestro dell'Ospizio di S. Jacopo del predetto paese allo stesso modo
ricevetti per il
predetto Ospizio Soldi 10
- ricevetti parimenti da Jacopo di Baro per la chiesa di San Silvestro del
predetto paese Soldi 30 e Denari 5
- parimenti ricevetti dall'abate di S. Angelo del predetto
paese allo stesso modo Denari 15
- parinebti dal maestro Giovanni Beneincasa per il beneficio di cui gode nella chiesa di
S. Maria di Ripi
per il I e II pagamento ricevetti per il corrente anno Denari 12;
Decima biennale degli anni 1333 - 1335 (riscossione
effettuata da Loffredo di Uguccione, canonico di Veroli
sempre sotto papa Giovanni XXII)
Castrum Riparum:
- Prima di tutto pagò l'abate Nicola, parroco della chiesa di S. Maria del predetto paese
per la stessa chiesa
per il primo pagamento della suddetta decima Soldi 10
- parimenti pagò il fratello Pietro procuratore del Monastero
di San Silvestro (di pocomario)
dello stesso
paese allo stesso modo Soldi 30 e Denari 5
- parimenti l'abate di S. Angelo pagò nel predetto modo Denari 15
- parimenti Nicolò Cuza pagò nel predetto modo per la stessa chiesa di S. Croce Soldi 13
e Denari 6
- parimenti pagò il maestro Giovanni Beneincasa per il beneficio di cui godeva nella
chiesa di S. Maria
denari 6
- parimenti pagò il maestro di S. Jacopo di Ripi per lo stesso ospizio nel predetto modo
Soldi 10
Arriviamo finalmente a riportare integralmente il
testo dello Statuto di Ripi del 1331.
Lo statuto di Ripi, in originale è una pergamena di cm 100 x
15 ed è depositata presso l'Archivio Colonna in Roma.
Esso è pubblicato, in latino, da F. Tomassetti nel libro
"Statuti della Provincia Romana"
<<STATUTO
DI RIPI DEL 1331>>
Come si può vedere dalla lettura delo
Statuto e come è ribadito dal Silvestrelli nel suo "Città Castelli e terre della Regione Romana" e da Martinori in "Lazio Turrito", l'oligarchia che dominò la popolazione
di Ripi durò fino alla fine del XIV secolo. Il castello di Ripi fu fino ad allora
considerato soggetto alla sovranità immediata della Santa Sede.
Tomassetti nel suo "Statuti della Provincia Romana" afferma:
"...il 7 febbraio 1350, Ugo da Granato vende a Tommaso di
Ceccano, per 400 fiorini d'oro il castello di Ripi..."
Il comune di Veroli occupò arbitrariamente Ripi nel 1365, ma il pontefice Urbano V ne
ordinò subito la restituzione alla Santa Sede.
Sia Silvestrini che Martinori nei loro testi già citati
affermano:
"...nel 1379, l'antipapa Clemente VII, in feudò a Ripi
Giovanni di Ceccano e i suoi successori..."
"...E' Bonifacio VIX che infeuda a Ripi Bartolomeo Passaro e nel 1390 Lippo
Caracciolo, confermandogli il feudo a vita nel 1396 con facoltà di ipotecarlo a favore
della moglie Margherita...".
Come abbiamo visto, fino alla fine del 1300, Ripi appartenne a diversi signori, è solo
dall'inizio del 1400 che Ripi passa sotto la giurisdizione dei Colonna
con alterne vecende.
Il Silvestrelli in "Città Castelli e terre della
Regione Romana" dice:
"...Giovanni XXIII (antipapa) nel 1410 riconobbe Giordano e
Lorenzo Colonna signori di Ripi e Castro. Nel testamento di Martino V colla divisione dei
feudi tra i figli di Lorenzo, del 1427, Ripi e Castro figurano attribuiti ad Antonio.
Jacopo da Calvora, nel 1431, quand'era agli stipendi di papa Eugenio IV tolse Ripi ad
Antonio Colonna, il papa confiscò ad Antonio e ai suoi fratelli tutti i feudi nel 1433.
Ripi fu ripreso da Antonio presumibilmente nel 1448 in seguito alla bolla di Nicolò V che
riconobbe il testamento-divisione di Martino V del 1427...".
Martinori nel suo "Lazio Turrito"afferma:
"... I Colonna lo diedero (Ripi) nel 1474 a Luca Valenteschi di
Sangemini loro parente. Alessandro VI lo attribuì, con infiniti altri castelli, al
fanciullo Rodrigo Borgia figlio di Lucrezia e di Alfonso di Bisceglie (1501).
I Colonna lo ripresero dopo la morte di papa Alessandro VI nel 1503.
Ascanio Colonna, essendosi ribellato nel 1541 a Paolo III, ebbe confiscato Ripi e non lo
recuperò se non nel 1549, dopo la morte di quel pontefice.
Confiscato di nuovo da Paolo IV nel 1556, ed attribuito ai Caraffa, i Colonna lo riebbero
da papa Pio IV nel 1562...".
I principi Colonna hanno poi
posseduto Ripi fino all'anno 1816. |